Torino, guerriglia urbana al corteo per Askatasuna: undici agenti feriti, poliziotto aggredito a martellate

Ventimila persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale. Due ore di scontri violenti in corso Regina Margherita. Meloni: “Grave e inaccettabile”. Mattarella esprime solidarietà alle forze dell’ordine

Torino, 31 gennaio 2026 – Una giornata iniziata come manifestazione popolare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna si è trasformata in una violenta guerriglia urbana che ha tenuto sotto assedio Torino per oltre due ore. Il bilancio è pesante: undici agenti delle forze dell’ordine feriti, sei manifestanti ricoverati, giornalisti aggrediti, mezzi della polizia dati alle fiamme e scene di violenza scioccanti che hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza e sulla gestione dell’ordine pubblico. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine ferite, mentre la premier Giorgia Meloni ha definito l’accaduto “grave e inaccettabile”.

La manifestazione: ventimila in corteo

La giornata era iniziata in modo pacifico. Dalle 14:30 di sabato 31 gennaio, tre cortei separati sono partiti da altrettanti punti della città: la stazione di Porta Nuova, la stazione di Porta Susa e Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università di Torino. Secondo gli organizzatori, alla manifestazione hanno partecipato circa 50mila persone, mentre altre fonti parlano di 15-20mila presenze. Le forze dell’ordine confermano una partecipazione tra le 15 e le 20mila persone.

I manifestanti provenivano da tutta Italia e anche dall’estero, in particolare dalla Francia. Tra loro, famiglie con bambini, anziani residenti del quartiere Vanchiglia, studenti universitari, comitati cittadini, gruppi anarchici, sostenitori del movimento No Tav e sigle sindacali come Cobas e USB. Alla manifestazione era presente anche il fumettista Zerocalcare, autore della campagna grafica con cui Askatasuna ha pubblicizzato l’evento.

Il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Marco Grimaldi ha partecipato al corteo partito da Palazzo Nuovo, dichiarando: “Siamo qui per rispondere a un assedio. La repressione non ha cittadinanza in questa città antifascista. Vogliono chiudere i centri sociali, che possono diventare beni comuni ma non devono essere chiusi”.

La degenerazione: da corteo a guerriglia

La prima parte della manifestazione si è svolta in modo pacifico. I tre cortei si sono riuniti nei pressi di piazza Vittorio Veneto, lungo il fiume Po, evitando il cuore del centro cittadino. La sfilata è proseguita lungo corso San Maurizio con striscioni che recitavano “Askatasuna vuol dire libertà – Torino è partigiana. Contro Governo, guerra e attacco agli spazi sociali” e cori come “Askatasuna vuol dire libertà, nessuno ci fermerà” e “guai a chi ci tocca”.

Intorno alle 18, quando la maggior parte dei manifestanti pacifici si stava già allontanando, circa cinquecento antagonisti incappucciati si sono staccati dal corteo principale. Senza seguire il percorso prestabilito, hanno raggiunto corso Regina Margherita, dove si trovava l’ex sede di Askatasuna, presidiata da un imponente schieramento di forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

È qui che è iniziata la guerriglia. I manifestanti a volto coperto hanno cominciato a lanciare bombe carta, petardi, fumogeni, fuochi d’artificio e pietre contro gli agenti schierati in assetto antisommossa. Le forze dell’ordine hanno risposto con cariche, idranti e lacrimogeni. Gli scontri sono proseguiti per oltre due ore, trasformando la zona in un campo di battaglia urbano.

Le scene di violenza

Le immagini più scioccanti della giornata riguardano l’aggressione a un agente del reparto mobile rimasto isolato durante gli scontri. Un video diffuso sui social e ripreso da numerosi politici mostra il poliziotto accerchiato da una decina di manifestanti a volto coperto e colpito ripetutamente con calci e pugni mentre si trova a terra. Secondo alcune testimonianze e quanto emerge dalle immagini, gli aggressori avrebbero utilizzato anche un martello.

Il video è stato condannato duramente dalla classe politica. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha definito “comportamento da terroristi”, mentre l’ex senatore del PD Stefano Esposito ha scritto su Facebook: “Guardate la violenza bestiale dei teppisti contro questo poliziotto, codardi, 10 contro uno. Fate schifo”.

Durante gli scontri, i manifestanti hanno dato alle fiamme un mezzo blindato della polizia e hanno incendiato numerosi cassonetti dell’immondizia. La parte di corso Regina Margherita a ridosso dell’ex centro sociale è stata liberata dalle forze dell’ordine solo dopo oltre un’ora di scontri durissimi, mentre i manifestanti si sono poi ricompattati in corso Regio Parco.

Le aggressioni ai giornalisti

La violenza non ha risparmiato neppure i giornalisti. La giornalista della Rai Bianca Leonardi e un operatore della troupe del programma “Far West” sono stati aggrediti, minacciati e costretti ad allontanarsi da un gruppo di persone mentre cercavano di documentare i fatti.

In una nota ufficiale, la Rai ha definito l’aggressione “un’azione violenta e organizzata, messa in atto con l’unico obiettivo di impedire alla Rai di documentare e raccontare quanto stava accadendo”. L’emittente ha sottolineato che l’aggressione assume un significato ancora più grave considerando che “Far West” ha realizzato un’inchiesta su Askatasuna che ha contribuito a far emergere criticità e responsabilità poi al centro dell’attenzione pubblica e istituzionale.

“Colpire i giornalisti Rai in questo contesto significa tentare di intimidire il servizio pubblico e di punire chi fa informazione”, ha dichiarato la Rai, esprimendo “piena solidarietà ai colleghi aggrediti” e ribadendo che “non accetterà intimidazioni né zone franche imposte con la violenza. Attaccare i giornalisti significa attaccare il diritto dei cittadini a essere informati”.

Anche un altro giornalista è stato colpito a una gamba durante gli scontri.

Il bilancio dei feriti

Secondo i dati forniti dalla Centrale Operativa del 118 di Torino, dall’inizio della manifestazione sono stati gestiti i trasferimenti di 25-30 feriti. Di questi, 12-15 sono stati portati all’ospedale Gradenigo (diversi hanno raggiunto l’ospedale con mezzi propri), 7-8 al CTO e 6-8 alle Molinette. Altri manifestanti, di cui non c’è ancora un conteggio preciso, si sono recati all’ospedale Giovanni Bosco.

Il ferito più grave risulta essere un trauma toracico portato al CTO. Tra le forze dell’ordine, undici agenti sono rimasti feriti durante gli scontri, alcuni in maniera seria.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisano hanno sentito telefonicamente l’agente aggredito nel corso degli scontri, che è ricoverato in ospedale. È previsto per domenica un videocollegamento con Pisano, il prefetto e il questore di Torino per fare il punto sulla situazione.

I fermi e le misure di sicurezza

In relazione alla manifestazione, la Questura di Torino aveva predisposto scrupolosi servizi di osservazione e vigilanza connessi all’arrivo dei manifestanti nel capoluogo piemontese. Dieci persone sono state accompagnate in ufficio: tre provenienti dalla Francia, otto dall’autostrada Torino-Milano e due in treno da Genova, trovate in possesso di maschere antigas, passamontagna e oggetti atti al travisamento. Una delle persone provenienti da Genova è stata trovata in possesso di una grossa chiave inglese e di un coltello.

Secondo quanto si apprende, sarebbero stati effettuati anche alcuni fermi tra i manifestanti durante e dopo gli scontri, ma il numero esatto non è ancora stato reso noto.

Le reazioni politiche: condanna unanime

La classe politica ha condannato all’unanimità le violenze. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto su X: “Quanto accaduto oggi a Torino, durante il corteo degli antagonisti contro lo sgombero dello stabile Askatasuna, è grave e inaccettabile”. La premier ha poi aggiunto una frase che ha riacceso le polemiche: “I giudici facciano la loro parte”, riferendosi evidentemente alla necessità di punire con fermezza i responsabili delle violenze.

Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha parlato di “immagini bestiali”, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato: “Quanto accaduto a Torino conferma chi sono i veri violenti e chi rappresenta l’autentico pericolo per la convivenza civile e per la nostra democrazia: gli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente anche grazie a coperture politiche ben identificabili. Anche in questa occasione, ascolteremo a sinistra ipocriti e surreali ragionamenti tesi a minimizzare le responsabilità di questi delinquenti”.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine ferite negli scontri, un gesto che sottolinea la gravità di quanto accaduto.

Le reazioni locali

Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) ha espresso una “ferma condanna per i gravi disordini, causati da frange violente organizzate e a volto coperto infiltrate nella manifestazione”. In una nota ufficiale, Lo Russo ha dichiarato: “Si tratta di comportamenti criminali che hanno messo a rischio la sicurezza delle persone e provocato gravissimi danni. A nome dell’amministrazione comunale e dell’intera città, esprimo solidarietà alle forze dell’ordine. Esprimo inoltre sincera vicinanza agli operatori dell’informazione e agli appartenenti alle forze dell’ordine rimasti feriti nello svolgimento del loro lavoro”.

Il sindaco ha poi aggiunto una frase significativa: “Quanto accaduto dimostra in modo inequivocabile che il tema della violenza organizzata e dell’antagonismo non può essere ridotto all’occupazione di uno specifico immobile. Torino non merita quanto accaduto. La città si costituirà parte civile in tutti i procedimenti giudiziari a tutela della comunità, del patrimonio pubblico e dell’interesse collettivo”.

Anche il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio è intervenuto duramente: “Askatasuna in lingua basca vorrà pure dire libertà, ma a Torino invece, e oggi ne abbiamo visto l’ennesima dimostrazione, significa violenza, intolleranza e prevaricazione. Quanto accaduto è inaccettabile e va condannato senza se e senza ma”.

La storia di Askatasuna e lo sgombero

Per comprendere la portata della manifestazione di oggi, occorre ripercorrere brevemente la storia del centro sociale Askatasuna (che in basco significa “libertà”) e gli eventi che hanno portato al suo sgombero.

Askatasuna operava dal 1996 in un edificio occupato in corso Regina Margherita 47, nel quartiere Vanchiglia, a due passi dal centro storico di Torino. L’immobile, costruito nel 1880, era stato sede dell’Opera Pia Reynero, che ospitava istituzioni benefiche tra cui un asilo per lattanti.

Per quasi trent’anni, il centro sociale è stato un punto di riferimento della scena antagonista torinese, organizzando eventi culturali, musicali e iniziative politiche. Askatasuna ha sempre avuto, secondo gli osservatori, “due anime”: una sociale, impegnata in attività di solidarietà con il quartiere, e una più radicale e conflittuale, emersa soprattutto nelle proteste No TAV e in altre manifestazioni che hanno visto episodi di violenza.

Il patto di collaborazione e il suo fallimento

Nel gennaio 2024, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Stefano Lo Russo aveva avviato un percorso innovativo e discusso: riconoscere Askatasuna come “bene comune” attraverso un patto di collaborazione. L’obiettivo era regolarizzare le attività del centro sociale, evitare meccanismi repressivi come gli sgomberi forzati e avviare un processo di coprogettazione dello spazio con la città.

Il patto prevedeva la liberazione dell’edificio da parte degli occupanti, sopralluoghi per rilevare problemi strutturali, l’apertura dello spazio “a tutti, partecipato e condiviso con la città”, e una serie di clausole tra cui il rispetto dei valori costituzionali, la messa al bando di ogni forma di violenza e il divieto di accesso ai piani inagibili dell’edificio.

L’iniziativa di Lo Russo, sostenuta da realtà come il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti, era stata fortemente criticata dal centrodestra e dallo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che aveva parlato di “possibile legittimazione o premio” per un centro sociale distintosi negli anni per la violenza.

Il patto è durato meno di un anno. Negli ultimi mesi del 2025, Torino è stata teatro di una serie di episodi violenti: l’assalto alle Officine Grandi Riparazioni (OGR), l’irruzione nella sede della Città Metropolitana, gli scontri davanti allo stabilimento di Leonardo, l’occupazione dei binari delle stazioni ferroviarie e, soprattutto, l’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa del 28 novembre 2025. Gli investigatori hanno collegato molti di questi episodi ad Askatasuna.

Lo sgombero del 18 dicembre

All’alba del 18 dicembre 2025, la DIGOS, supportata da trecento agenti di polizia giunti da altre regioni, ha messo in atto lo sgombero di Askatasuna nell’ambito di indagini sugli assalti e gli episodi di violenza dei mesi precedenti. Durante le perquisizioni sono state trovate sei persone che dormivano al terzo piano dello stabile, in violazione degli accordi che prevedevano il divieto di accesso ai piani inagibili.

Il sindaco Lo Russo ha immediatamente dichiarato “cessato” il patto di collaborazione per “mancato rispetto delle condizioni”. L’edificio è stato sgomberato, murato e posto sotto sequestro. Lo sgombero ha scatenato immediate proteste nel quartiere Vanchiglia, con manifestazioni il 20 dicembre che erano già degenerate in scontri con la polizia.

La Giunta comunale ha poi formalizzato, con una delibera firmata dalla vicesindaca Michela Favaro, la cancellazione dell’immobile dall’elenco dei beni comuni, chiudendo definitivamente il capitolo del patto di collaborazione.

Le divisioni politiche

Il caso Askatasuna ha creato profonde divisioni nella politica torinese. Mentre il centrodestra ha celebrato lo sgombero come “una giornata storica per la legalità”, parte della sinistra e dei movimenti sociali hanno criticato duramente la decisione di Lo Russo.

Alcuni consiglieri comunali del PD e della sinistra hanno partecipato alle manifestazioni contro lo sgombero, creando imbarazzo nella maggioranza che sostiene il sindaco. L’assessore Rosatelli è stato criticato per la sua presenza al corteo del 20 dicembre.

Il Movimento 5 Stelle, tramite il consigliere Andrea Russi, ha definito “sbagliata” la gestione del patto da parte della Città e ha chiesto le dimissioni di Lo Russo, parlando di “fallimento che ha consegnato una vittoria politica alla destra”.

Il quartiere Vanchiglia militarizzato

Dopo lo sgombero, il quartiere Vanchiglia si è trovato “blindato” per giorni, con camionette che chiudevano le vie e un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine. I residenti si sono divisi tra chi sosteneva Askatasuna come risorsa per il quartiere e chi invece chiedeva il ritorno alla normalità e condannava le violenze.

Gli attivisti di Askatasuna, dopo lo sgombero, hanno continuato le loro attività occupando l’ex ITIS Baldracco di corso Ciriè a Torino, e hanno organizzato un “contro-capodanno” per ribadire che “l’Askatasuna è un’esperienza fatta di persone e dei loro ideali, ancora prima delle mura”.

Le prospettive

La manifestazione di oggi, con la sua degenerazione in violenza, sembra aver dato ragione a chi sosteneva che il problema non fosse riducibile all’occupazione di un edificio specifico, ma riguardasse una cultura della violenza politica difficile da sradicare.

Le indagini sui responsabili degli scontri di oggi sono già partite, e il sindaco Lo Russo ha annunciato che la città si costituirà parte civile in tutti i procedimenti giudiziari. Resta da vedere quante persone saranno identificate e quali saranno le conseguenze giudiziarie per chi ha partecipato alla guerriglia urbana.

Nel frattempo, il dibattito su come gestire i centri sociali, tra dialogo e repressione, tra integrazione e sgombero, rimane più aperto che mai. Il fallimento del patto di collaborazione di Torino, culminato nelle scene di violenza di oggi, rappresenta un caso di studio che influenzerà le scelte di altre amministrazioni italiane alle prese con situazioni simili.


La giornata del 31 gennaio 2026 passerà alla storia di Torino come uno dei momenti più difficili nella gestione dell’ordine pubblico della città. Le immagini della guerriglia urbana, dell’agente aggredito a martellate, dei mezzi in fiamme e dei giornalisti minacciati dimostrano quanto sia complesso il confine tra diritto di manifestare e violenza organizzata. La sfida per le istituzioni democratiche rimane quella di trovare un equilibrio tra fermezza nel reprimere i comportamenti criminali e capacità di dialogo con le istanze legittime di dissenso sociale, evitando che ogni tentativo di mediazione venga interpretato come debolezza o, peggio ancora, come complicità con la violenza.


Immagine di copertina: Repubblica