Referendum giustizia 2026: il 22 e 23 marzo l’Italia vota sulla separazione delle carriere

Consultazione confermativa senza quorum sulla riforma costituzionale che ridisegna magistratura e autogoverno. Il dibattito tra chi punta su terzietà e chi teme la frammentazione del sistema

Roma, 31 gennaio 2026 – Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per uno degli appuntamenti referendari più delicati degli ultimi decenni: il voto sulla riforma costituzionale della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri. Una consultazione che non riguarda solo aspetti tecnici dell’ordinamento giudiziario, ma tocca il cuore del rapporto tra i poteri dello Stato, l’equilibrio costituzionale e la percezione che i cittadini hanno della giustizia. Il governo ha fissato le date in tempi stretti, suscitando polemiche sulla brevità della campagna referendaria, mentre il Paese si divide tra chi vede nella riforma un rafforzamento delle garanzie e chi teme uno stravolgimento dell’assetto costituzionale.

Un referendum confermativo: cosa significa e come funziona

Il referendum del 22 e 23 marzo è un referendum costituzionale confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Si tratta di uno strumento di democrazia diretta che permette ai cittadini di esprimersi sull’approvazione di leggi di revisione costituzionale già votate dal Parlamento. A differenza dei referendum abrogativi, che cancellano leggi ordinarie, il referendum confermativo chiede agli elettori di approvare o respingere una modifica della Carta fondamentale.

Il quesito referendario è formulato in questi termini: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. Gli elettori dovranno quindi scegliere tra SÌ (confermare la riforma) e NO (respingerla).

Un aspetto fondamentale che caratterizza questo tipo di consultazione è l’assenza di quorum di partecipazione. A differenza dei referendum abrogativi, che richiedono che voti almeno il 50%+1 degli aventi diritto per essere validi, nel referendum confermativo il risultato è valido indipendentemente dall’affluenza. Conta esclusivamente la maggioranza dei voti validamente espressi: anche se dovesse votare solo il 20% degli elettori, quella percentuale deciderà per l’intero Paese. Questo rende ogni singolo voto particolarmente importante.

Il percorso parlamentare e la data controversa

La riforma costituzionale è stata approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025, ma non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria per l’entrata in vigore automatica. Alla Camera, il 18 settembre 2025, i voti favorevoli sono stati 243 su 400, sotto la soglia dei 267 necessari. Al Senato i voti favorevoli sono stati 112, anch’essi insufficienti per evitare il referendum. Questo ha aperto la strada alla richiesta di consultazione popolare.

La scelta del governo di fissare il voto per il 22 e 23 marzo ha però suscitato forti polemiche. Secondo alcuni osservatori e forze politiche di opposizione, la data sarebbe stata scelta appositamente per ridurre i tempi della campagna referendaria e impedire ai sostenitori del NO di organizzare un’adeguata opera di informazione. Infatti, nel frattempo è partita una raccolta firme parallela per un referendum abrogativo promosso da un comitato di giuristi e associazioni della società civile, che ha raggiunto le 500mila firme necessarie.

Quindici cittadini hanno presentato ricorso al TAR del Lazio chiedendo l’annullamento della delibera governativa di fissazione della data, la modifica del quesito e la definizione di tempi più adeguati alla campagna referendaria. Il ricorso è stato discusso il 28 gennaio, ma al momento la data del 22-23 marzo resta confermata.

Il contenuto della riforma: cosa cambia davvero

La riforma costituzionale sottoposta a referendum interviene su tre assi fondamentali che ridisegnano l’organizzazione della magistratura italiana.

La separazione delle carriere

Il cuore della riforma è la modifica dell’articolo 104 della Costituzione, che introduce una distinzione formale tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Attualmente, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario: fanno il concorso insieme, si formano insieme e possono, in teoria, passare dall’una all’altra funzione.

Con la riforma, le due carriere diventano completamente separate fin dall’inizio. L’aspirante magistrato dovrà scegliere immediatamente se diventare giudice o pubblico ministero, senza alcuna possibilità di passaggio successivo. Questo supera anche la soluzione “intermedia” della riforma Cartabia del 2022, che consentiva un solo passaggio di carriera entro i primi dieci anni di servizio.

Va precisato che già oggi il passaggio di carriera è rarissimo: nel 2024, su quasi 9.000 magistrati, ci sono stati appena 42 passaggi, pari allo 0,4%. Esiste quindi già, di fatto, una separazione di funzioni. Tuttavia, la riforma la rende definitiva e strutturale, eliminando anche quella minima flessibilità residua.

I due Consigli Superiori della Magistratura

La riforma prevede l’abolizione dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) unico e la creazione di due organi separati: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi i Consigli mantengono una composizione a prevalenza togata (magistrati), analoga a quella attuale, e sono presieduti dal Presidente della Repubblica.

Ogni Consiglio sarà competente autonomamente per le nomine, le valutazioni di professionalità, le progressioni di carriera e tutti gli aspetti della vita professionale dei magistrati della propria area funzionale. L’obiettivo dichiarato è garantire una maggiore specializzazione e autonomia reciproca tra le due carriere, evitando sovrapposizioni e interferenze.

Il sorteggio dei componenti

Uno degli aspetti più discussi e innovativi della riforma riguarda le modalità di selezione dei componenti degli organi di autogoverno. La riforma introduce il ricorso al sorteggio in luogo del tradizionale sistema fondato sul voto.

Il meccanismo funziona così: prima vengono selezionati magistrati con requisiti tecnici specifici (creando un elenco di “idonei”), poi tra questi si procede all’estrazione casuale. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti della magistratura, che nel tempo hanno assunto un ruolo significativo nella gestione delle carriere e delle nomine attraverso il controllo del CSM.

Il sorteggio viene presentato dai sostenitori della riforma come uno strumento per spezzare equilibri consolidati, favorire neutralità e limitare le dinamiche associative. I critici invece lo vedono come una riduzione della rappresentanza democratica e della possibilità per i magistrati di scegliere i propri rappresentanti.

L’Alta Corte disciplinare

La riforma istituisce una nuova Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, composta da 15 giudici: tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco fornito dal Parlamento, e i restanti scelti tra professori, avvocati e magistrati.

Questo organo accentrerà la competenza disciplinare sui magistrati, sottraendola agli organi di autogoverno. La scelta mira a separare in modo più netto le funzioni di governo delle carriere da quelle di controllo disciplinare, introducendo un giudice specializzato per le responsabilità dei magistrati.

Le ragioni del SÌ: terzietà e credibilità

I sostenitori del voto favorevole alla riforma fondano le loro argomentazioni su alcuni punti chiave.

Il primo riguarda la percezione di imparzialità del giudice. Secondo questa visione, la separazione delle carriere rafforza la terzietà del giudice rispetto all’accusa, rendendo più chiaro il suo ruolo di arbitro neutrale nel processo. Quando giudici e pubblici ministeri provengono da percorsi completamente diversi, si riduce il rischio che il giudice sia percepito come “collega” del PM e quindi potenzialmente condizionato.

Un secondo argomento riguarda l’organizzazione interna della magistratura. La previsione di due Consigli Superiori separati garantirebbe maggiore autonomia reciproca tra le due carriere, evitando interferenze nella gestione delle nomine e delle progressioni professionali. La specializzazione aumenterebbe, riducendo conflitti interni e aumentando la chiarezza dei ruoli.

Il sorteggio viene interpretato come uno strumento di riequilibrio, volto a ridurre il peso delle correnti e a rendere le decisioni meno condizionate da appartenenze organizzate. Negli ultimi anni, scandali come quello di Palamara hanno evidenziato come le correnti della magistratura abbiano spesso gestito nomine e carriere secondo logiche di potere più che di merito.

Infine, i sostenitori del SÌ sottolineano come la separazione delle carriere sia la norma nella maggior parte delle democrazie occidentali. Paesi come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti hanno sistemi in cui chi accusa non appartiene alla stessa carriera di chi giudica, senza che questo abbia compromesso l’indipendenza della magistratura.

Le ragioni del NO: unità e garanzie

Le argomentazioni contrarie alla riforma si concentrano su preoccupazioni di segno opposto.

La prima riguarda il rischio di frammentazione dell’ordine giudiziario. Secondo questa visione, l’unità della magistratura rappresenta una garanzia fondamentale di indipendenza. Separare definitivamente le carriere potrebbe indebolire la coesione interna e, nel lungo periodo, esporre il pubblico ministero a maggiori pressioni esterne.

Un timore specifico riguarda proprio la posizione del PM. Alcuni critici temono che una carriera requirente completamente separata possa trasformare il pubblico ministero in un “superpoliziotto”, più vulnerabile a condizionamenti politici e meno tutelato rispetto all’attuale assetto. L’unità dell’ordine giudiziario viene vista come garanzia ulteriore di indipendenza per chi esercita l’azione penale.

Esiste poi un argomento culturale: attualmente giudici e PM condividono la stessa formazione e cultura giurisdizionale. Il pubblico ministero italiano non deve “vincere” come in un processo accusatorio puro, ma ha il dovere di cercare anche le prove a discarico dell’imputato. Questa concezione del PM come “parte imparziale” deriva proprio dalla formazione comune con i giudici. La separazione delle carriere potrebbe trasformare il PM in una parte speculare alla difesa, preoccupata solo di ottenere condanne e non di cercare la verità processuale.

Il sorteggio viene criticato come riduzione della componente democratica. La possibilità per i magistrati di eleggere i propri rappresentanti viene vista come espressione di autogoverno democratico, mentre il sorteggio ridurrebbe la responsabilità e la rappresentatività degli organi.

Infine, i sostenitori del NO sottolineano come i dati dimostrino che il sistema attuale già funziona: l’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè con il giudice che rifiuta le richieste del PM) mostra che il giudice è già “terzo e imparziale” come vuole la Costituzione, senza bisogno di stravolgimenti.

Il fronte politico: maggioranza compatta, opposizione divisa

La maggioranza di centrodestra è schierata compattamente per il SÌ. Governo, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sostengono convintamente la riforma, presentandola come un passaggio storico per modernizzare la giustizia italiana e renderla più simile agli standard europei.

La premier Giorgia Meloni ha definito la separazione delle carriere un obiettivo politico prioritario, mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio (da cui prende il nome la riforma) ha sempre sostenuto che questa modifica sia necessaria per garantire realmente la terzietà del giudice.

Nel campo dell’opposizione le posizioni sono più articolate. Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno annunciato che voteranno NO, ritenendo la riforma un attacco all’indipendenza della magistratura e un tentativo di indebolire il contrappeso del potere giudiziario.

Più sfumata la posizione di Carlo Calenda, leader di Azione, che ha annunciato voto favorevole: “La separazione delle carriere è nel nostro programma elettorale”, ha dichiarato. Matteo Renzi di Italia Viva invece ha preso tempo, annunciando che dirà la sua scelta “sette giorni prima” del voto.

Anche all’interno della magistratura le posizioni sono divise. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), guidata dal presidente Cesare Parodi, si è schierata compattamente contro la riforma: “Mi oppongo alla riforma costituzionale nell’interesse della cittadinanza”, ha affermato Parodi, sottolineando i rischi di una frammentazione del sistema.

Tuttavia, non tutta la magistratura è contraria. Alcuni magistrati, soprattutto tra quelli più giovani e meno legati alle correnti tradizionali, vedono nella riforma un’opportunità per superare le logiche di potere che hanno dominato il CSM negli ultimi decenni.

La battaglia sulla campagna referendaria

Una delle questioni più controverse riguarda i tempi e le modalità della campagna referendaria. Il governo ha fissato il voto a poco più di quattro mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta Ufficiale, un lasso di tempo che molti osservatori giudicano insufficiente per un dibattito approfondito su una materia così tecnica e delicata.

Nel frattempo, un comitato promotore composto da giuristi, associazioni della società civile, organizzazioni sindacali (tra cui la CGIL) e movimenti per i diritti ha lanciato una raccolta firme per un referendum abrogativo con un quesito diverso. La raccolta ha raggiunto le 500.000 firme necessarie, dimostrando un significativo interesse popolare sul tema.

Il problema è che il testo del quesito proposto dal comitato appare diverso da quello già ammesso dall’Ufficio centrale della Corte di Cassazione. Se la Cassazione dovesse ammettere anche questo secondo quesito, potrebbe decidere di modificarlo o di richiedere tempi più lunghi per la consultazione. Da qui il ricorso al TAR da parte di quindici cittadini.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha difeso la scelta del governo: “Abbiamo rispettato tutti i termini costituzionali e procedurali. La data è stata fissata secondo quanto previsto dalla legge”. Tuttavia, secondo la prassi costituzionale seguita in passato, sarebbe stato opportuno attendere la conclusione della raccolta firme prima di convocare le urne, proprio per permettere a tutti i promotori di accedere alla campagna referendaria con pari dignità.

Cosa succede se vince il SÌ

Se dovesse prevalere il voto favorevole, la legge costituzionale entrerebbe definitivamente in vigore. Tuttavia, l’applicazione pratica della riforma non sarebbe immediata: sarà necessario adottare leggi ordinarie di attuazione per disciplinare nel dettaglio il funzionamento dei due Consigli Superiori, le modalità di selezione dei componenti tramite sorteggio, l’organizzazione dell’Alta Corte disciplinare.

Fino all’adozione di queste norme di dettaglio, continueranno ad applicarsi le disposizioni vigenti, garantendo la continuità dell’attività giudiziaria. Il voto favorevole quindi non produrrebbe effetti immediati sullo svolgimento dei processi, ma avvierebbe un percorso di riorganizzazione istituzionale che si completerebbe nell’arco di alcuni anni.

Dal punto di vista sistemico, la vittoria del SÌ segnerebbe una scelta chiara a favore del nuovo modello. Sarà poi compito delle leggi di attuazione e della prassi applicativa verificare in che misura la riforma inciderà sull’equilibrio tra le funzioni e sul funzionamento complessivo del sistema giudiziario.

Cosa succede se vince il NO

Nel caso in cui prevalesse il NO, la legge costituzionale non entrerebbe in vigore e l’assetto costituzionale rimarrebbe invariato. La magistratura continuerebbe ad essere unitaria, con un solo Consiglio Superiore e con la possibilità (teorica, anche se rarissima) di passaggio tra le carriere.

Tuttavia, la vittoria del NO non cristallizzerebbe definitivamente il sistema. Il Parlamento conserverebbe la possibilità di intervenire sull’ordinamento giudiziario attraverso leggi ordinarie, nei limiti consentiti dalla Costituzione vigente. Qualsiasi nuova ipotesi di separazione delle carriere di rango costituzionale richiederebbe invece l’avvio di un nuovo procedimento di revisione costituzionale.

Dal punto di vista politico, un esito negativo rappresenterebbe una sconfitta significativa per il governo Meloni, che ha fatto della riforma della giustizia uno dei suoi cavalli di battaglia. Sarebbe anche un segnale chiaro di preferenza per il modello attuale di magistratura unitaria.

Il confronto internazionale

Un elemento spesso richiamato nel dibattito riguarda il confronto con gli altri Paesi occidentali. I sostenitori della riforma sottolineano che nella maggior parte delle democrazie europee e mondiali esiste una separazione tra chi accusa e chi giudica.

In Francia, Germania, Spagna, Portogallo e Grecia il pubblico ministero non appartiene alla stessa carriera dei giudici. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il sistema è ancora più netto: il prosecutor o il Crown Prosecution Service sono completamente esterni alla magistratura. Nessuno di questi Paesi ha problemi di indipendenza della giustizia proprio grazie alla separazione.

I critici della riforma replicano che ogni sistema va valutato nel suo contesto storico e costituzionale. Il modello italiano di magistratura unitaria e autonoma è figlio della reazione al regime fascista, che aveva asservito la giustizia al potere politico. La Costituente del 1948 volle creare un ordine giudiziario forte e coeso proprio per impedire che si ripetessero quelle esperienze.

Le conseguenze pratiche per i cittadini

Al di là del dibattito teorico e politico, molti cittadini si chiedono quali saranno le conseguenze concrete della riforma sulla loro vita quotidiana e sull’accesso alla giustizia.

I sostenitori del SÌ sostengono che una maggiore terzietà del giudice aumenterà la fiducia dei cittadini nel sistema, rendendo le sentenze più accettabili anche per chi perde il processo. La specializzazione degli organi di autogoverno potrebbe inoltre migliorare la gestione delle carriere, con magistrati più preparati e motivati.

I sostenitori del NO temono invece che la separazione possa rendere il processo meno equilibrato, con pubblici ministeri più aggressivi e meno attenti alla ricerca della verità. C’è anche il timore che la riforma possa, nel lungo periodo, rendere più vulnerabile il PM nelle indagini che toccano i potenti, proprio perché verrebbe a mancare la protezione dell’appartenenza a un ordine unitario e forte.

Il ruolo dei media e dell’informazione

Una delle sfide più grandi di questa campagna referendaria riguarda la comunicazione. Si tratta di una materia estremamente tecnica, che richiede competenze giuridiche per essere compresa appieno. Il rischio è che il dibattito si riduca a slogan semplificatori che non rendono giustizia alla complessità della posta in gioco.

I media hanno la responsabilità di spiegare in modo chiaro e bilanciato cosa prevede la riforma, quali sono gli argomenti pro e contro, quali potrebbero essere le conseguenze del voto. Evitare sia il catastrofismo di chi dipinge la riforma come la fine dell’indipendenza della magistratura, sia il trionfalismo di chi la presenta come la soluzione di tutti i problemi della giustizia italiana.

Anche i social media giocheranno un ruolo importante, con il rischio di diffusione di fake news e informazioni distorte. Sarà fondamentale che i cittadini si informino attraverso fonti affidabili e approfondiscano i contenuti prima di esprimere il voto.

Conclusioni: una scelta che segnerà un’epoca

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 rappresenta uno snodo cruciale per il futuro della giustizia italiana. Non si tratta solo di una questione tecnica sull’organizzazione della magistratura, ma di una scelta che inciderà profondamente sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, sulla percezione della giustizia da parte dei cittadini, sul rapporto tra politica e magistratura.

L’assenza di quorum rende ogni voto decisivo. Anche chi è tentato dall’astensionismo dovrebbe considerare che, in questo caso, non votare equivale a delegare ad altri una scelta di portata costituzionale. L’esito del referendum, qualunque esso sia, segnerà la storia della Repubblica italiana per i decenni a venire.

Il dibattito deve svolgersi nel rispetto reciproco delle posizioni, senza demonizzazioni. Sia chi vota SÌ sia chi vota NO ha ragioni legittime, fondate su diverse visioni dell’ordinamento giudiziario e delle garanzie costituzionali. L’importante è che ogni cittadino arrivi al voto consapevole di cosa sta decidendo, informato sui contenuti reali della riforma e sulle sue possibili conseguenze.

Nei prossimi due mesi il Paese sarà chiamato a riflettere su una domanda fondamentale: come vogliamo che sia organizzata la nostra giustizia? La risposta che daremo il 22 e 23 marzo determinerà l’assetto costituzionale per le generazioni future.


Il referendum sulla giustizia del 2026 si inserisce in un momento particolare della storia italiana, caratterizzato da tensioni tra poteri dello Stato, da scandali che hanno scosso la magistratura, da una crisi di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Qualunque sia l’esito, sarà fondamentale che le istituzioni e le forze politiche rispettino la volontà popolare e lavorino per ricostruire quella fiducia nella giustizia che rappresenta il cemento di ogni democrazia matura.